Il nuovo contratto a tutele crescenti: cosa cambia.

          Per gli assunti da oggi nessuna tutela dell’art. 18 Statuto dei lavoratori.

Da oggi, per gli assunti a tempo indeterminato con qualifica di operaio, impiegato e quadro, non opererà più la tutela dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Al suo posto entra di scena quella del nuovo contratto a tutele crescenti.

A CHI SI APPLICANO LE NUOVE REGOLE?

Agli assunti dalle aziende grandi, cioè quelle che hanno più di 15 dipendenti nelle unità produttive site nello stesso comune, o più di 60 a livello complessivo.

Si deve trattare inoltre di lavoratori a tempo indeterminato, con qualifica di operaio, impiegato e quadro.

Non si applica ai lavoratori già assunti in passato.

Il nuovo regime si applica altresì ai nuovi assunti dalle cosiddette organizzazioni di tendenza, cioè da quei datori di lavoro che svolgono attività senza fine di lucro, nonché, limitatamente all’ipotesi dell’ingiustificato licenziamento per motivo oggettivo, e in forma dimezzata, ai nuovi lavoratori delle aziende con meno di 15 dipendenti (piccole aziende).

Il contratto a tutele crescenti si applica anche alle aziende diventate grandi per effetto delle nuove assunzioni ossia che avranno superato i 15 dipendenti nell’unità produttiva (o i 60 su scala nazionale) a seguito della stipula di nuovi contratti di lavoro. In questo caso, si applicherà il contratto a tutele crescenti non solo i nuovi assunti, a tempo indeterminato, ma anche a quanti già lo erano in precedenza; invece non si applicheranno gli incentivi contributivi con l’ultima legge di stabilità.

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Jobs Act a rischio incostituzionalità: la Suprema Corte dorme?

ATTENZIONE. IL JOBS ACT PRESENTA SERI PROFILI DI ILLEGITTIMITA’ COSTITUZIONALE.

PERCHE’ NON INTERVIENE LA SUPREMA CORTE?

I possibili profili di illegittimità costituzionale del Jobs Act (nel testo approvato dal Consiglio dei Ministri il 24/12/2014) riguardano essenzialmente la disparità di trattamento tra i lavoratori che manterranno le tutele previste dall’art. 18 St. lav. e quelli che verranno “tutelati” dal Jobs Act. Anzitutto va fatta la premessa che, secondo la giurisprudenza della Corte Costituzionale, “il legislatore può prevedere un trattamento differenziato applicato alle stesse fattispecie, ma in momenti diversi nel tempo, poiché il fluire del tempo può costituire un valido elemento di diversificazione delle situazioni giuridiche” (v. sent. n. 254/2014, ord. n. 25/2012 e ord. n. 224/2011). Tuttavia, la stessa Corte ha anche affermato che “l‘art. 3 della Costituzione consente al legislatore di valutare le situazioni obiettive e di adottare le corrispondenti normative, col limite di dover disciplinare in modo eguale le situazioni eguali ed in modo diverso quelle differenti e sempre che in contrario non ricorrano logiche e razionali giustificazioni” (sent. n. 62/1972).

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Pietro Ichino: Jobs Act, polemica sui pubblici dipendenti e storia segreta del contratto a tutele crescenti

Mentre cresce la polemica sull’esclusione dei dipendenti pubblici dalle nuove regole imposte dallo Jobs Act, in special modo per quanto riguarda la possibilita’ di licenziarli, parificandoli ai lavoratori dell’economia privata, una voce fuori dal coro muto del governo, si alza e denuncia i fatti come si sono svolti.

Si tratta di Pietro Ichino, che nel suo blog scrive:  “Quando il governo ha deciso di non escludere dal campo di applicazione i nuovi assunti nella p.a. erano presenti anche Poletti e Madia”.

Aggiungendo che: “la cosa migliore è far parlare i fatti. Conosciuti quelli, ciascuno ne tragga le conclusioni”.

“23 dicembre, h. 19.02 – L’ultima bozza del decreto sfornata dai tecnici ministeriali contiene un terzo comma dell’articolo 1 che recita testualmente così: ‘La disciplina di cui al presente decreto legislativo non si applica ai lavoratori dipendenti delle amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165′”.

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